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7 DOMANDE ALLA RICERCA: STEFANO FENOGLIO


 

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7 domande alla ricerca.

Un numero magico, simbolico, per raccontare la realtà della ricerca naturalistica in Italia.

 

Partiamo insieme con questa rubrica, a cui tengo molto grazie ai miei trascorsi, alle persone che ho avuto la fortuna di conoscere, alle scoperte a cui ho potuto partecipare, se non in prima persona, da molto vicino.

 

Buona lettura, spero l'argomento sia per te interessante e stimolante.

 


Ciao Stefano,

ti ringrazio innanzitutto per aver accettato il mio invito a parlare di ricerca in campo biologico e naturalistico.

 

In Italia parlare di ricerca significa navigare a volte fra l’eufemismo e la frustrazione, in tutti i campi, ma soprattutto nelle scienze naturali.

 

Non tanto per la qualità delle ricerche, anzi, piuttosto per i fondi e l’attenzione che ad essa vengono dedicati, sia da parte della politica, dell'amministrazione e dell’opinione pubblica.

 

Eppure sappiamo bene che senza ricerca non c’è conoscenza e progresso, nel senso di progredire nella comprensione del mondo.

 

Dal mio punto di vista, arrivando da anni di lavoro nella conservazione, dare voce a questo settore professionale e culturale significa contribuire, sebbene in piccola parte, a porre le basi di molte scelte di gestione del territorio, della salute e quindi del nostro futuro.

 

Dunque, siamo qui a parlarne, per questo avrei preparato 7 domande a cui ritengo sia interessante dare risposta.

 

campionamenti ittici (Foto Luca Morino)

 

 1- Come sei arrivato a essere ricercatore nel campo delle scienze naturali? Qual'è l’iter normale per poterlo diventare?

 

 Posso dire che sin dall’infanzia ho sempre avuto una grande passione per la Natura.

 

Le mie prime raccolte di insetti (delle quali conservo ancora alcune scatole) risalgono a quando avevo 10-11 anni, mentre già da prima seguivo il nonno a pesca praticamente ovunque.

 

A 16 anni ero già socio della Società Entomologia Italiana.

 

Spinto da questi interessi, mi sono iscritto a Scienze Naturali all’Università di Torino e ho conseguito successivamente un Dottorato in Scienze Ambientali all’Università del Piemonte Orientale.

 

Dopo il Dottorato ho avuto un lungo periodo di precariato, finché finalmente a 41 anni sono entrato in Università come ricercatore.

 

Attualmente sono Professore associato al DBIOS dell’Università di Torino.

 

Direi che l’iter normale è più o meno questo, specialmente ormai è indispensabile il Dottorato, ma più che altro bisogna avere una grande passione, un’incrollabile e tenace volontà e un po' di fortuna.  

  

attività didattica con gli studenti sul fiume

 

 

 2- Quali sono i progetti su cui stai lavorando e quando pensi di concludere le tue ricerche al riguardo? 

 Io mi occupo essenzialmente di ecosistemi fluviali, con un particolare interesse per le comunità animali (invertebrati, specialmente insetti e pesci) degli ambienti d’acqua corrente.

 

Ho campionato fiumi un po’ dappertutto, dal Nicaragua e Honduras (per USAID) al Trentino, dal Gran Paradiso alla Terra dei Fuochi, dall’Andalusia alla Toscana.

 

Negli ultimi anni mi sono dedicato specialmente ai fiumi delle nostre montagne, estremamente minacciati dal cambiamento climatico globale e dalle alterazioni morfologiche ed idrologiche causate dalle attività umane.

 

Sono tra i fondatori del Centro per lo Studio dei Fiumi Alpini – ALPSTREAM, struttura nata a Ostana dalla collaborazione tra Parco del Monviso, UNITO, UPO e POLITO.

 

Il centro sarà dotato di un sistema di fiumi artificiali unico nel suo genere, che permetterà di realizzare esperimenti e analisi altrimenti impossibili.

 

Abbiamo recentemente concluso un progetto PRIN sull’effetto ecologico delle secche nei fiumi alpini e stiamo lavorando a numerosi altri progetti, alcuni in collaborazione con Università europee e statunitensi.

 

Raccolta dati da piezometri in un tratto fluviale in secca

 

 3- Quali sono le ricadute pratiche, dal punto di vista scientifico ma anche gestionale, delle tue ricerche e quale pensi possa essere il loro sviluppo futuro?

  

 Io ho sempre cercato di avere un approccio applicativo alla ricerca, pur cercando di non trascurare la ricerca di base.

 

Per anni mi sono occupato di monitoraggio della qualità ambientale dei corsi d’acqua, utilizzando le comunità di organismi come indicatori della ‘salute’ dei fiumi.

 

Attualmente abbiamo seguito alcuni progetti relativi ad esempio all’impatto degli svasi delle dighe ed in particolare l’aumento innaturale del sedimento fine nei fiumi di montagna, un ‘veleno’ poco noto ma drammaticamente pericoloso per gli organismi acquatici.

 

Inoltre, in collaborazione con ATAAI (Associazione per la Tutela degli Ambienti Acquatici e dell’Ittiofauna), sto studiando l’efficacia di diverse strategie gestionali di pesca per la conservazione dei salmonidi nelle nostre Alpi.

 

Il Rio Bulé un bellissimo sistema fluviale alpino ricco di biodiversità - Valle Po

  

 

 4- Avrai certamente bisogno di fondi, è difficile ottenerli e da quali settori economici provengono?

 

La ricerca ha sempre necessità di finanziamenti, che servono per il personale, le attrezzature, le missioni, i reagenti.

 

Nel nostro paese la ricerca scientifica purtroppo ha sempre ricevuto una minore attenzione di quanto invece accade normalmente in altri paesi europei.

 

Ottenere dei fondi è una sfida difficile, a cui però inevitabilmente ci si deve dedicare con energia quando uno raggiunge una certa età e lavora all’interno di un gruppo.

 

Negli ultimi anni abbiamo partecipato a numerosi bandi e abbiamo collaborazioni con Enti, Amministrazioni e Parchi naturali.

 

Alcuni finanziamenti li abbiamo conseguiti in ambito europeo (ad esempio il Centro ALPSTREAM è un progetto del Parco del Monviso finanziato da un Interreg Alcotra 2014-2020 Il progetto semplice 4083 EcO Piter Terres Monviso, altri in bandi nazionali (MIUR) altri ancora vengono dalla collaborazione con enti come il Parco Nazionale del Gran Paradiso o l’Autorità di Bacino del fiume Po.

 

Tricottero Philopotamidae un insetto tipico dei fiumi alpini

 

5- Di solito non si lavora mai da soli, con quale team collabori ?

 

Verissimo, raramente la ricerca si può fare da soli, tanto più se si studiano sistemi così complessi come i fiumi.

 

All’interno di ALPSTREAM abbiamo costituito un bel gruppo di ricerca (bello specialmente perché è, anche, un bel gruppo di amici) che include persone dei tre atenei piemontesi.

 

Io sono per mia natura una persona che ama lavorare in gruppo, per cui da sempre partecipo a progetti ed attività che coinvolgono altri ricercatori.

 

Ho collaborazioni con numerosi ricercatori italiani nonché stretti rapporti di amicizia e lavoro con ricercatori spagnoli, statunitensi, polacchi, francesi.

 

con Marco Baltieri (ATAAI) inaugurazione tratto pesca nokill sul Po a Ostana

 

 6- Credi che l’opinione pubblica italiana debba essere sensibilizzata riguardo ai temi su cui stai lavorando? E attraverso quali strumenti?

  

Certamente, io sono un grande sostenitore di quella che in Università si chiama la ‘terza missione’, cioè l’attività di diffusione dei risultati, sensibilizzazione, divulgazione.

 

Il fatto che nel nostro paese spesso manchi un approccio ed una mentalità ‘scientifiche’ alla risoluzione dei problemi credo sia un problema causato in parte dagli stessi ricercatori, che per decenni si sono chiusi all’interno dei laboratori e delle aule dei congressi senza aprirsi al grande pubblico.

 

Io penso che i risultati delle ricerche debbano essere condivisi il più possibile, attraverso tutti gli strumenti di cui attualmente disponiamo, inclusi i social.

 

Io mi dedico molto alla divulgazione e negli ultimi anni ho portato i risultati delle mie ricerche su media nazionali come Report di Rai3, TG1, Speciale TG1, TG3 Leonardo, RAI2, National Geographic, La Stampa, La Repubblica e numerose altre testate, parlando specialmente dell’importanza di una corretta gestione e tutela dei fiumi in questa fase di rapido cambiamento climatico.

 

Un marziano nei nostri fiumi_visione ventrale di Dittero Blephariceriidae

 

 7- Come valuti la “citizen science”, ovvero la partecipazione dei cittadini alla ricerca e al monitoraggio in campo naturalistico? Credi che debba essere potenziata in alcuni settori?

 

Credo sia molto importante sia perché avvicina i cittadini al metodo scientifico sia perché permette in alcuni casi di raccogliere dati ed osservazioni di notevole interesse.  

 

il fascino degli ambienti fluviali (foto Tiziano Bo)


 

Grazie Stefano,

 ci conosciamo da alcuni anni e per un certo periodo ho potuto seguire in modo particolare il tuo lavoro di ricerca e monitoraggio.

 

Sono assolutamente convinto che gli ecosistemi fluviali siano fra quelli più stressati e depauperati del nostro "sistema Italia" e che occorra sensibilizzare fortemente la gente comune a questo problema.

 

 

Con il rilascio di innumerevoli derivazioni a scopo irriguo o energetico di fatto ci ritroviamo con una rete fluviale "privatizzata", dove una buona parte dell'acqua non è disponibile per altri scopi e quindi per altri organismi altro da noi.

 

 

Eppure nelle acque correnti vive una biodiversità estremamente varia e interessante, forme di vita che hanno escogitato sorprendenti strategie per sopravvivere in questi ambienti così mutevoli e diversificati.

 

Sono convinto che il tuo lavoro e quello di molti altri tuoi colleghi sia fondamentale per creare le basi per un cambiamento nel nostro modo di gestire gli ambienti acquatici.

 

La ricerca produce cultura, diffondiamola il più possibile!

 


Qui https://www.researchgate.net/profile/Stefano-Fenoglio

puoi trovare molte informazioni sull'attività di Stefano Fenoglio, ma soprattutto potrai approfondire le ricerche che ha pubblicato.

 

 



 

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foto Laurent Carré 2014

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Luca Francesco Maria Giraudo  - Piazza dell'Olmo 14 - 12012 Boves CN

Ornitologo - International Mountain Leader - Accompagnateur en Montagne BE France - Accompagnatore  Naturalistico Regione Piemonte - Accompagnatore Turistico - Istruttore nazionale Nordic Walking SINW

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 Ultimo aggiormento: 18 maggio 2022