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7 DOMANDE ALLA RICERCA: MASSIMO DELFINO


7 domande alla ricerca.

Un numero magico, simbolico, per raccontare la realtà della ricerca naturalistica in Italia.

 

Partiamo insieme con questa rubrica, a cui tengo molto grazie ai miei trascorsi, alle persone che ho avuto la fortuna di conoscere, alle scoperte a cui ho potuto partecipare, se non in prima persona, da molto vicino.

 

Buona lettura, spero l'argomento sia per te interessante e stimolante.

 


Ciao Massimo,

ti ringrazio innanzitutto per aver accettato il mio invito a parlare di ricerca in campo biologico e naturalistico.

 

In Italia parlare di ricerca significa navigare a volte fra l’eufemismo e la frustrazione, in tutti i campi, ma soprattutto nelle scienze naturali.

 

Non tanto per la qualità delle ricerche, anzi, piuttosto per i fondi e l’attenzione che ad essa vengono dedicati, sia da parte della politica, dell'amministrazione e dell’opinione pubblica.

 

Eppure sappiamo bene che senza ricerca non c’è conoscenza e progresso, nel senso di progredire nella comprensione del mondo.

Lo stiamo vedendo proprio in questi mesi, in cui vorremmo già avere risposte immediate ed efficaci.

 

Dal mio punto di vista, arrivando da anni di lavoro nella conservazione, dare voce a questo settore professionale e culturale significa contribuire, sebbene in piccola parte, a porre le basi di molte scelte di gestione del territorio, della salute e quindi del nostro futuro.

 

Dunque, siamo qui a parlarne, per questo avrei preparato 7 domande a cui ritengo sia interessante dare risposta.

 

 Qualche anno fa (2011) mi è capitato di trovare un frammento di cranio di un uomo preistorico (circa 1 milione di anni) in una località del deserto eritreo (Mulhuli Amo, a sud di Massawa) fino ad allora priva di resti umani.

Foto di Tsegai Medhin.

 

 1- Come sei arrivato a essere ricercatore nel campo delle scienze naturali? Qual è l’iter normale per poterlo diventare?

Le Scienze Naturali sono un “contenitore” molto ampio e quindi i percorsi che consentono di diventare un ricercatore possono essere molto diversi.

 

Elementi comuni a questi percorsi sono probabilmente la capacità del ricercatore di identificare una linea di ricerca innovativa, o semplicemente non percorsa da altri ricercatori nel suo paese o nel suo continente, e la determinazione necessaria per iniziare a confezionare e pubblicare articoli scientifici.

 

Il primo articolo è generalmente un’esperienza che richiede molto tempo e molta energia (una gran perdita di tempo per coloro che preferiscono semplicemente scoprire, non analizzare, rimettere tutto in ordine e spiegarlo con parole e immagini) ma con il tempo si impara il “mestiere”, le cose si semplificano e i tempi si accorciano.

 

Ingredienti importanti nelle prime fasi della carriera sono certamente la grande passione per almeno uno dei tanti aspetti delle Scienze Naturali, un buon grado di caparbietà, e forse anche un pizzico di arroganza, quella che consente di convincere se stessi che si hanno delle cose nuove da dire al mondo e che vale la pena di scriverle in un articolo.

 

Io mi occupo di tutta una serie di aspetti che comprendono la morfologia scheletrica degli anfibi e dei rettili, i loro fossili, la loro evoluzione e biogeografia.

  

Cercando fossili si possono fare anche degli incontri inaspettati: Psammophis shockari (Marocco).

Foto di Massimo Delfino.

 

Mi sono iscritto all’Università di Torino alla fine degli anni ’80 con un forte interesse per questi animali e gli studi di anatomia comparata, antropologia e paleontologia mi hanno consentito di mettere a fuoco un settore che in Italia era completamente inesplorato, una nicchia che poteva essere occupata da un paleontologo specializzato su questi aspetti.

 

Laurea a Torino in Scienze Naturali (ma lavorando per la tesi all’Università di Firenze), dottorato in Paleontologia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia (lavorando nuovamente a Firenze che allora era sede consorziata) e poi varie borse post dottorato di varie università e borse per l’estero del CNR italiano che mi hanno consentito di vivere per periodi più o meno lunghi in Georgia, Grecia, Spagna e Svizzera mantenendo sempre un collegamento con l’Università di Firenze verso cui sono certamente debitore.

 

Dal 2010 sono inaspettatamente tornato all’Università di Torino, vincendo un concorso prima come Ricercatore e poi come Professore Associato. Presso il Dipartimento di Scienze della Terra di questa Università le mie ricerche hanno finalmente trovato stabilità e un luogo molto favorevole per essere sviluppate, anche e soprattutto grazie a vari studenti e collaboratori.  

 

 La reazione dei miei colleghi, antropologi, archeologi e geologi alla notizia del ritrovamento è stata questa!

Foto di Lucio Bergamo.

 

 2- Quali sono i progetti su cui stai lavorando e quando pensi di concludere le tue ricerche al riguardo?

 

 Come tutti gli entusiasti tendo ad attivare molti progetti … troppi progetti!

 

Sono quindi in una fase della mia vita e della mia carriera in cui sto cercando di terminare quelli iniziati nel passato (anche più di 15 anni fa!), per poi trovare l’energia e la concentrazione necessarie per iniziare cose nuove.

 

Un progetto a cui tengo molto riguarda la tartarughe di una località pliocenica del Sud Africa, Langebaanweg, che è stato rallentato dalla pandemia attualmente in corso.

 

È un progetto molto difficile e molto interessante perché si tratta di una associazione di varie specie estinte i cui frammenti del guscio sono molto numerosi (probabilmente decine di migliaia!) e mescolati fra loro.

 

Per me è una occasione interessante per studiare la morfologia delle tartarughe africane dell’emisfero australe in modo da identificare ed interpretare correttamente i resti dei loro antenati.

 

 Studio, con Liana Marino, di testuggini pleistoceniche presso il Museo Civico di Storia Naturale di Comiso (Ragusa).

Foto di Gianni Insacco.

 

 3- Quali sono le ricadute pratiche, dal punto di vista scientifico ma anche gestionale, delle tue ricerche e quale pensi possa essere il loro sviluppo futuro?

  

Molte delle mie attività di ricerca sono orientate a fornire delle informazioni di base.

 

Quali anfibi e rettili vivevano circa 5 milioni di anni fa in quel sistema di isole che è poi diventato il Gargano?

 

Chi era e di chi era parente il coccodrillo ritrovato insieme ai dinosauri del Villaggio del Pescatore, non lontano da Trieste?

 

 

Il rostro di un antico coccodrillo emerge da un livello pleistocenico di Mulhuli Amo (Eritrea)

Foto Massimo Delfino

 

Oppure, fino a quando sono state presenti le vipere in Sardegna, e perché si sono estinte?

 

Tuttavia, alcune ricerche possono fornire una “linea di base” per sapere cosa c’era prima dell’arrivo dell’uomo, o prima dello sviluppo dell’agricoltura intensiva, in una certa zona e queste informazioni possono essere utilizzate per orientare delle priorità di conservazione.

 

Per esempio, l’unica testuggine di cui è documentata la presenza in Sardegna prima dell’arrivo dell’uomo è la Testuggine di Hermann; le altre due specie che attualmente abitano l’isola sembrano quindi essere state introdotte dall’uomo.

 

O ancora, il registro paleontologico ci racconta che le salamandrine (il genere Salamandrina) che ora abitano esclusivamente la Penisola Italiana hanno avuto in passato un areale molto ampio che abbracciava gran parte dell’Europa meridionale e centrale; la limitatezza del loro areale attuale, unita alle particolarità filogenetiche, anatomiche e comportamentali che le contraddistinguono, ci suggerisce che a questi urodeli più di altri è necessario prestare attenzione da un punto di vista conservazionistico.

 

La paleontologia della conservazione, il “mettere i defunti al lavoro”, è certamente una branca molto interessante che si svilupperà significativamente nei prossimi decenni.

 

Citerei infine un piccolo risultato che può avere un risvolto pratico: l’aver chiarito (grazie al ritrovamento e all’identificazione di alcuni fossili) quale suono poteva sentire la sera, in prossimità dell’acqua, Homo georgicus che abitava circa 1.8 milioni di anni fa l’area di Dmanisi, sulle alture del Piccolo Caucaso fra la Georgia e l’Armenia: il canto di un rospo smeraldino, qualcosa di molto simile a questo:

 

 

I curatori di una mostra su questo giacimento archeologico, e sulle scoperte eccezionali che ha consentito di fare a proposito dell’evoluzione umana, potrebbero usare questo suono per creare una ambientazione tanto verosimile quanto suggestiva.

 

 Il lavoro di chi si occupa di coccodrilli fossili è spesso condotto in un museo. Qui in camicia azzurra (e qualche chilo di troppo!) con Marton Rabi e Georgios Georgalis (che in momenti diversi sono stati borsisti del Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Torino) presso il Geiseltalmuseum a Halle (Germania).

Foto di Georgios Georgalis.

 

 4- Avrai certamente bisogno di fondi, è difficile ottenerli e da quali settori economici provengono?

 

Curiosamente, se si è esperti di qualcosa di molto particolare e superata una certa soglia di esperienza, per i paleontologi è relativamente facile essere invitati a partecipare a progetti (già finanziati) di colleghi che sono interessati ad ampliare le conoscenze di un certo argomento.

 

Mi è capitato quindi di essere inviato a studiare dei resti di tartarughe trovate in tombe preistoriche del Sultanato dell’Oman, oppure rane trovate in associazione con resti di australopiteci in Kenya, o anche coccodrilli provenienti da un’area semi-arida del Venezuela.

 

In tutti questi casi si tratta di progetti finanziati con fondi pubblici che vengono indirizzati alle Università o i Musei.

 

Inoltre, molte se non tutte le Università italiane finanziano su base annuale le ricerche dei propri ricercatori e, sebbene si tratti di cifre modeste, per quanto riguarda la Paleontologia sono sufficienti per sostenere alcune attività importanti.

 

Un progetto a cui sto collaborando attualmente riguarda le impronte triassiche ritrovate pochi anni fa a oltre 2000 m di quota in Valle Maira, non lontano da Cuneo (Altopiano della Gardetta, ndr).

 

 

 

 L'equipe di ricercatori coinvolti nello studio delle impronte di dinosauri scoperte sull'Altopiano della Gardetta.

 

Oltre a Massimo Delfino sono presenti fra gli altri Edoardo Martinetto, Fabio Massimo Petti, Heinz Furrer, Giovanni Raggi, Loredana Macaluso ed Enrico Collo, lo scopritore dei reperti

 

Si tratta di una serie di strati molto inclinati che ospitano delle impronte di rettili estinti che potevano superare i tre metri di lunghezza.

 

 

In questi mesi stiamo cercando di coordinare la realizzazione di un progetto scientifico e di valorizzazione in collaborazione con una associazione locale, l’associazione Escarton, e con il coinvolgimento dell’Unione Montana Valle Maira, in modo da trovare i fondi necessari per ampliare l’area di indagine, garantire la conservazione delle impronte e creare un piccolo centro visite che promuova la conoscenza della geologia e paleontologia della Valle.

 

 L’azione erosiva dei corsi d’acqua (qui un esempio in una zona fossilifera in Venezuela) può esporre in sezione strati che contengono fossili recentemente esposti.

Foto di Massimo Delfino.

 

5- Di solito non si lavora mai da soli, con quale team collabori ?

 

 L’ambito in cui opera un paleontologo è multidisciplinare per definizione.

 

È quindi necessario collaborare con archeologi, antropologi, palaomagnetisti, sedimentologi, paleobotanici, e ovviamente con coloro che si occupano degli altri organismi che possono essere trovati negli stessi giacimenti.

 

Soprattutto esperti di molluschi, pesci, uccelli e mammiferi.

 

Non è inusuale collaborare per un progetto con persone che vivono in paesi molto lontani fra loro e per organizzare le riunioni è necessario fare i conti con i vari fusi orari.

 

Giovani (con una eccezione!) paleoerpetologi torinesi a un congresso.

 

 

Per quanto mi riguarda, negli ultimi anni è stato possibile pubblicare numerosi articoli soprattutto grazie alla collaborazione di un folto gruppo torinese molto motivato: studenti di Laurea Triennale e Magistrale, dottorandi e borsisti post-dottorato.

 

È grazie a loro che è stato possibile portare a termine dei corposi lavori di descrizioni osteologiche di specie attuali o relativi a numeri molto grandi di fossili (anche oltre 10.000 resti di lucertole provenienti da un solo giacimento).

 

Molti di loro hanno imparato o stanno imparando il mestiere e sono certo che saranno in grado determinare degli avanzamenti significativi nel nostro campo se avranno la costanza e la possibilità di continuare a lavorare su questi argomenti.

 

Cava Monticino (Faenza, Ravenna) è una famosa località paleontologica risalente al Miocene superiore che ha restituito una erpetofauna eccezionale caratterizzata da elementi relativamente termofili quali le agame, i boa delle sabbie e i coccodrilli. Il giacimento è stato recentemente musealizzato con l’aggiunta di blocchi (in priamo piano) che campionano le rocce dell’area. Foto di Massimo Delfino.

 

 6- Credi che l’opinione pubblica italiana debba essere sensibilizzata riguardo ai temi su cui stai lavorando? E attraverso quali strumenti?

  

Purtroppo i fossili vengono spesso visti come ambiti oggetti da collezione e, se da un lato è vero che il valore scientifico di molti fossili comuni è scarso (e quindi la legge non impone restrizioni all’utilizzo industriale dei sedimenti che lo contengono, pensiamo all’argilla che viene utilizzata per fare i mattoni!), in molti casi sarebbe invece importante che questi fossero studiati dagli specialisti e confluissero in collezioni pubbliche.

 

Non dimentichiamoci infatti che i fossili italiani sono un bene indisponibile dello stato e quindi non possono essere detenuti dai privati cittadini.

 

Sarebbe necessario chiarire che al Paleontologo non interessano i fossili in quanto tali ma semplicemente perché sono dei portatori di informazioni (soprattutto se ancora inseriti nel loro contesto sedimentario) che possono aiutarci a capire la complicata storia dell’evoluzione della vita sul Pianeta Terra.

 

Il Paleontologo non è quindi un raccoglitore e un collezionista di oggetti ma uno specialista che, grazie a questi oggetti è in grado di interpretare la storia della vita.

 

Sarebbe quindi opportuno ragionare su questi aspetti cercando di slegare il desiderio di possesso dal mondo dei fossili e suggerendo di indirizzare la propria passione verso una dimensione più ampia e lungimirante.

 

Una cosa certamente difficile, forse impossibile, ma anche grazie a questa pagina Web ci stiamo provando.

 

 La ricerca di fossili può condurre in zone desertiche molto affascinanti come il sud del Marocco.

Foto di Massimo Delfino.

 

 7- Come valuti la “citizen science”, ovvero la partecipazione dei cittadini alla ricerca e al monitoraggio in campo naturalistico? Credi che debba essere potenziata in alcuni settori?

 

 Il coinvolgimento dei cittadini in alcune fasi delle ricerche scientifiche è certamente positivo e auspicabile.

 

Per quanto riguarda gli anfibi e rettili attuali, la Societas Herpetologica Italica al cui consiglio direttivo ho partecipato per due mandati, ha siglato da alcuni anni una collaborazione con la piattaforma Ornitho.it per la raccolta di segnalazioni relative alla presenza e distribuzione di questi animali su tutto il territorio nazionale.

 

I dati raccolti mediante questa piattaforma, uniti a quelli derivanti da iNaturalist stanno incrementando enormemente le conoscenze sulla distribuzione dell’erpetofauna italiana.

 

Per quanto riguarda i fossili vengono usate molto poco le piattaforme online, ma è interessante sottolineare che molte scoperte paleontologiche dipendono dalla segnalazione di cittadini che hanno notato dei fossili e, al posto di raccoglierli per esporli in un angolo della propria casa, li hanno segnalati alle autorità competenti.

 

Il contributo di questi è quindi fondamentale per il ritrovamento di fossili che possono essere messi in luce da scassi stradali, attività di cava, scavi per la posa di tubazioni o per la realizzazione di fondamenta di case, oppure, più semplicemente dall’erosione fluviale in seguito ad un forte temporale.

 

In tutti questi casi è grazie a cittadini e alle loro segnalazioni che i fossili possono entrare nel mondo della ricerca e quindi essere consegnati all’eternità (illudiamoci che gli articoli scientifici saranno disponibili per sempre!) e non a essere condannati a far parte di una collezione personale, quasi sempre nascosta perché illegale, che seguirà il destino di una singola persona … un intervallo temporale molto, troppo limitato se riportato ad una scala geologica!

 


 

Grazie Massimo,

e' veramente interessante ciò che scrivi, ci fa capire come la ricerca del nostro passato sia indissolubilmente legata a quella di infinite forme di vita, animali in questo caso, che ci hanno anticipato o hanno condiviso con noi una parte del cammino.

 

Mi fa piacere sapere che le ricerche in paleontologia siano oggetto di interesse da parte delle Università italiane, ciò che può favorire l'evoluzione delle nostre competenze e la collaborazione con gruppi internazionali di grande rilievo.

 

Interessante in particolare per noi Cuneesi il progetto relativo alle impronte di dinosauri della Gardetta. La notizia che finalmente le istituzioni locali si stanno muovendo per valorizzare questo patrimonio naturale e scientifico è certamente buona.

 

Seguiremo con attenzione l'evolversi del progetto, in cui penso sia coinvolto il mio collega Enrico Collo, che tante energie ha dedicato a questa sua scoperta.

 

Dunque, ti auguro un buon lavoro!

 

 


 Qui https://www.unito.it/persone/massimo.delfino  puoi trovare molte informazioni sull'attività di Massimo Delfino, ma soprattutto potrai approfondire le ricerche che ha pubblicato, i progetti a cui ha lavorato e molto altro ancora.



 

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